Stephen tornò a casa un po’ prima del solito quel giorno. Sceso dall’autobus, andò verso il portone di casa passando davanti a una piccola edicola. I giornali parlavano ancora di numerosi attacchi da parte delle belve dette Ombre. A Tebi quelle aggressioni erano sempre più frequenti. Anche sua madre, solitamente molto tranquilla, gli aveva detto che ormai doveva fare attenzione sul serio quando si spostava in città, in particolare nel loro quartiere. Aprì il portone e salì le prime scale che portavano alla sala degli ascensori. Il montacarichi era in riparazione, ma fortunatamente i due ascensori non avevano problemi. Premette il pulsante di chiamata e fece un passo indietro in attesa. Uno strano scricchiolio attirò l’attenzione alle sue spalle. Si girò di scatto, ma non vide nulla di sospetto. In quella direzione il corridoio proseguiva qualche metro per poi scendere verso le cantine. La luce lungo il corridoio era rotta, quindi erano illuminati solo i due capi del passaggio, ma tutto sommato si vedeva che il passaggio era sgombro e non c’era nessuno. Si stava lasciando suggestionare. Tornò a guardare gli ascensori: uno stava scendendo, sarebbe arrivato a breve. Alle spalle sentì un nuovo rumore sconosciuto. Poteva essere qualcosa che veniva trascinato, oppure graffiato. Poteva venire dalla cantina? «C’é qualcuno?» Nessuna risposta. Il campanello dell’ascensore lo fece trasalire. Le porte si aprirono. Lui entrò e subito spinse il pulsante del piano. «Ascensore in salita» pronunciò la voce artificiale, e le porte si richiusero. Cosa aveva prodotto quei suoni? Non sembrava esserci nulla, ma qualcosa doveva averli causati. Con le notizie che giravano , era facile farsi suggestionare. Forse sarebbe stato meglio evitare di girare da soli finché questa faccenda delle Ombre non fosse stata definitivamente archiviata, che scocciatura però.